
CAMBOGIA
- Proteggere i bambini dagli abusi -
12 milioni di abitanti, un'economia agricola dipendente dalle
periodiche esondazioni del Mekong e del Tonle Sap, scarsissime
manifatture, elettricità solo in poche aree urbane:
la Cambogia, ricca di monumenti storici è oggi un paese
povero e arretrato, che paga ancora un prezzo pesante per
le vicende del recente passato. Coinvolta a forza nella guerra
del Vietnam, la Cambogia negli anni 70 fu progressivamente
conquistata dalla guerriglia dei cosiddetti Khmer rossi, fino
alla cadita della capitale nel 1975. Le stragi che seguirono
(oltre 2 milioni di morti) sterminaro e costrinsero all'esilio
praticamente tutta la popolazione istruita, portando all'instaurazione
di un regime di terrore, senza carta ne moneta ne commerci,
chiuso all'esterno e intollerante all'interno. Solo nel 1991
la pacificazione nazionale rese possibile la ricostruzione,
il ritorno massicio dei rifugiti e la redistribuzione delle
terre hanno tuttavia creato disuguaglianze ed emarginazioni,
e masse di dideredati si rifugiano nelle periferie povere
delle città o nelle zone di confine con la più
ricca Thailandia, alla ricerca di lavoro.
ABUSO E PROSTITUZIONE MINORILE
La Cambogia è il paese del sud-est asiatico
con il più alto tasso di diffusione dell'HIVAIDS, e
uno dei paesi più a rischio per il traffico di minori.
Il 35% delle prostitute (10.000 solo nella capitale Phnom
Penh) ha meno di 17 anni; il 42,6% sono sieropositive. Dal
mercato delle adozioni illegali alla vendita come mendicanti
in Thailandia, dal lavoro in semischiavitù allo sfruttamento
sessuale, bambini e bambine oggetto di traffico e compravendita
da parte di organizzazioni locali e internazionali. Le bambine,
costrette a contribuire al bilancio familiare, rischiano spesso
di essere sfruttate sessualmente. I bordelli della Cambogia
e della vicina Thailandia ospitano sempre più spesso
adolescenti cambogiane, spesso vendute dai genitori, parenti,
amici; gran parte delle piccole hanno subito strupri o violenze
in famiglia che hanno lasciato loro poche alternative, in
una società dove la verginità è ancora
un valore forte.
COSA FA L'UNICEF
In questa complessa situazione, dove miseria e violenza s'intrecciano
in una rete difficile da spezzare, l'UNICEF interviene con
progetti di accolglienza e recupero anche sostenendo diverse
associazioni locali (per il recupero delle prostitute, per
il reinserimento familiare dei bambini vittime del traffico,
per l'aiuto ai ragazzi di strada). Vari team di assistenza
immediata accolgono i ragazzi, li aiutano e li indirizzano
a strutture di accoglienza (tipo case-famiglia). Contemporaneamente
l'UNICEF opera sul fronte della repressione e della prevenzione,
attraverso la formazione per la polizia, gli avvocati, gli
assistenti sociali. Da un anno L'UNICEF ha avviato un progetto
che integra tutte le attività in una "rete di
sicurezza" per l'infanzia. In ogni villaggio o quartiere
povero vengono scelti e preparati, con un corso di formazione
di 3 settimane, operatori comunitari per l'infanzia che, affiancati
da un consiglio comunitario formato da insegnanti, poliziotti,
monaci o altre autorità religiose e rappresentanti
locali, visitano regolarmente le famiglie, censiscono i casi
a rischio e intervengono anche utilizzando una speciale "cassa
di emergenza per l'infanzia" istituita in ogni comunità
locale, con fondi UNICEF per il 40% e fondi stanziati dalle
stesse famiglie della zona per l'altro 60%. Gli operatori
comunitari sono tutti volontari, ma ricevono in dotazione
dall'UNICEF una bicicletta o un motorino. Nell'area di Battambang,
la prima in cui il progetto è stato avviato, in un
anno su 52 villaggi sono stati seguiti 6.692 bambini, la metà
dei quali "ad alto rischio" (orfani, non scolarizzati,
con famiglie violente o poverissime, ecc). Oltre la metà
delle famiglie e dei ragazzi a rischio riceve oggi regolarmente
assistenza, e il 41% dei ragazzi che non frequentavano sta
andando a scuola. Ma soprattutto si è avuta una drastica
riduzione delle scomparse di bambini e delle visite dei trafficanti,
che prima battevano la zona offrendo di "portare le ragazzine
a lavorare in città". A partire dal 2002 l'UNICEF
intende estendere il progetto a 80 comunità locali
in tre aree urbane povere, per un totale di circa 20.000 ragazzi
e ragazze a rischio.
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